Cuore: via alla procedura percutanea nel trattamento delle occlusioni coronariche croniche. Successo nel 90% dei casi

Il Presidente del GISE Tarantini: “Risultati fortemente legati al volume di attività del centro e dell’operatore. Necessarie più formazione e strumentazioni adeguate per curare i pazienti sintomatici nonostante terapia medica”

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di Redazione Intermedia

Milano, 20 dicembre – Maggiore del 90% è la possibilità di successo di un intervento con la procedura coronarica percutanea (PCI) nelle occlusioni coronariche croniche (CTO). Anche nel paziente affetto da CTO, pur con gravi comorbidità e estrema complessità delle lesioni. Tali risultati sono fortemente legati al volume delle procedure del centro e dell’operatore. Queste le conclusioni del congresso chiuso a Napoli dal GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica) e dedicato interamente a quelle che vengono definite le CTO-PCI.

“Parliamo dell’avanguardia dell’interventistica cardiovascolare complessa – ha affermato il Presidente del GISE Giuseppe Tarantini – ma l’elevata difficoltà tecnica, il timore di complicanze da parte di operatori meno esperti e l’assenza di strumentazioni adeguate in alcuni laboratori portano ad una grande variabilità nel numero delle CTO-PCI effettuate nelle 267 emodinamiche italiane”.

Il convegno ha riunito gli esperti di interventistica coronarica complessa italiana che, a partire da casi clinici registrati o interventi trasmessi in diretta e discussi interattivamente, hanno esaminato tutti gli aspetti clinici e tecnico-procedurali delle ricanalizzazioni delle occlusioni coronariche croniche.

“Le CTO-PCI sono indicate in quasi il 20% dei pazienti affetti da coronaropatia, percentuale che aumenta con l’avanzare dell’età – ha ricordato Tarantini -. Come GISE dobbiamo sempre più attivare percorsi di formazione perché un più ampio numero di persone possa beneficiare di queste procedure interventistiche che richiedono preparazione specifica e training accurati. In Italia nel 2018 ne sono state effettuate 6.158, ma se su tutte le angioplastiche il tasso è del 3,5%, nei 7 centri di eccellenza si arriva al 7%. Consideriamo inoltre che lo scorso anno solo nel 22% dei casi sottoposti a PCI si è indicata la CTO. Le motivazioni sono state principalmente legate alla mancanza di strumenti idonei e a scarsa preparazione ed esperienza”.

Centrale il ruolo del GISE nell’armonizzare le conoscenze, rendendo più esteso ed omogeneo l’uso di tale procedura. “Una formazione continua a riguardo, che entri nel merito delle indicazioni, dell’evoluzione delle tecniche e delle tecnologie – ha dichiarato il Presidente Tarantini - ha un ruolo chiave per una diffusione non solo più estesa, ma anche più omogenea di tali procedure. Il trattamento dei pazienti con coronaropatia aterosclerotica deve essere affrontato in modo uniforme, con tecniche comuni e soprattutto evitando che la scelta terapeutica sia condizionata dalla disponibilità o meno dei materiali e di un esperto in CTO. Le CTO-PCI rimangono un mezzo e non un fine dell’attività di un moderno cardiologo interventista. L'obiettivo finale è selezionare casi appropriati con forti indicazioni alla PCI, evitando di condannare il paziente ad una terapia medica inefficace solo perché un operatore o un centro sentono di non avere gli strumenti, il tempo o la preparazione per offrire un'ottimale procedura di rivascolarizzazione percutanea. In sintesi penso che il termine CTO da “chronic total occlusion” diventerà “complex treatment optimization”.

Ad ospitare presso il Laboratorio di Emodinamica che dirige all’Università Federico II di Napoli, gli interventi trasmessi in diretta, il Prof. Giovanni Esposito. Nel corso del convegno il Prof. Esposito è stato nominato all’unanimità dal Consiglio Direttivo, Presidente Eletto. Subentrerà al Presidente Tarantini tra un anno, al termine del suo mandato. La riunione del board è stata l’occasione per allineare lo statuto del GISE agli standard europei.