Tumore del polmone: ogni anno in Piemonte sono 3.800 i nuovi casi

Il fumo di sigaretta, principale fattore di rischio, è causa dell’aumento dell’incidenza fra le donne. Rete oncologica garanzia per la continuità di cura durante la pandemia

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di Raffaele Deantoni

Torino, 16 luglio 2021 – In Piemonte si registrano, ogni anno, circa 3.800 nuovi casi di tumore del polmone (2.700 uomini e 1.100 donne). L’incidenza è in crescita nelle donne (+1,5% annuo) per l’abitudine al fumo di sigaretta, il principale fattore di rischio per questa neoplasia, sempre più diffusa nella popolazione femminile. Il tabagismo però non è il solo aspetto che preoccupa. Nell’anno della pandemia, nella Regione, si è osservata un’importante riduzione degli accessi ospedalieri per le prime visite in ambito oncologico, per il timore del contagio. Un dato in linea con quello nazionale che ha visto, nel 2020 rispetto al 2019 per tutti i tumori, un calo dell’11% delle nuove diagnosi, del 13% dei nuovi trattamenti e del 18% degli interventi chirurgici.

La riduzione degli accessi dei pazienti agli ospedali piemontesi, registrata soprattutto durante il lockdown, sta mostrando i primi segnali negativi. “Nella nostra struttura ad Asti - afferma Daniele Pignataro, Dirigente Medico Oncologia Ospedale Cardinal Massaia di Asti - abbiamo osservato negli ultimi mesi un netto incremento di diagnosi di carcinoma del polmone in stadio avanzato, con grave sintomatologia, talvolta in condizione di grave insufficienza respiratoria e necessità di intervento urgente”. Diverso è il caso dei pazienti già in corso di trattamento, a cui è stato possibile assicurare la continuità terapeutica grazie alla presenza di una consolidata Rete Oncologica regionale. “Nella mia struttura, come in tutte le altre della Regione - prosegue il dott. Pignataro -, sono state messe in atto tutte le misure necessarie per evitare di esporre i malati oncologici, che spesso si trovano in una condizione di particolare fragilità, al rischio del contagio, con la diversificazione degli ambienti, la creazione di percorsi ad hoc e, quando possibile, il ricorso alla telemedicina. Le terapie necessarie non differibili sono proseguite regolarmente, ma con accesso limitato, con le dovute eccezioni, ai soli pazienti sia per le attività ambulatoriali che di day hospital. Nei periodi più critici della pandemia in molte strutture è stata attivata la consegna di farmaci a domicilio per quanto riguarda le terapie orali per alcune categorie di pazienti”.

“Sin dall’inizio dell’emergenza sono state redatte le Raccomandazioni da parte del Dipartimento della Rete Oncologica, con indicazioni precise e dettagliate sui comportamenti da adottare in ambito oncologico – spiega Lucio Buffoni, Responsabile Oncologia Humanitas Gradenigo di Torino -. La consolidata esperienza della nostra Regione a lavorare in Rete ha garantito, nella maggior parte dei casi, il rispetto dei tempi previsti dal percorso diagnostico-terapeutico assistenziale per la presa in carico del paziente”. “L’aumento delle diagnosi di cancro del polmone in stadio avanzato pone, però, seppur in presenza di nuove e innovative chance terapeutiche, un quadro preoccupante per le minori probabilità di controllo della malattia – continua il dott. Buffoni -. A una diagnosi in fase avanzata o metastatica corrisponde infatti una sopravvivenza più breve. In neoplasie come quella del polmone, rapidamente sintomatiche e spesso associate ad altre importanti comorbidità, questo si traduce nella difficoltà di offrire opzioni terapeutiche efficaci e spesso, addirittura, nella impossibilità di somministrare un trattamento attivo. Quando la neoplasia viene identificata in stadio localizzato è, invece, possibile intraprendere un percorso che consente il controllo della malattia e l’allungamento della sopravvivenza”. Si apre così uno scenario incoraggiante, anche nel lungo periodo, per i pazienti colpiti da carcinoma del polmone non a piccole cellule (la forma più frequente) in stadio III, un setting dove spesso il tumore non può essere rimosso chirurgicamente. Per decenni la chemio-radioterapia è stata l’unica opzione disponibile. Ma oggi le prospettive sono cambiate, come ha evidenziato l’aggiornamento dello studio internazionale di fase III PACIFIC a 5 anni, presentato al Congresso della American Society of Clinical Oncology (ASCO), che si è svolto recentemente. I risultati dello studio hanno dimostrato i grandi benefici apportati dall’immunoterapia nel carcinoma non a piccole cellule localmente avanzato. Nello specifico, si è registrato un tasso di sopravvivenza globale a cinque anni del 42,9% per i pazienti trattati con durvalumab rispetto al 33,4% con placebo dopo chemio-radioterapia. Dopo il trattamento immunologico della durata massima di un anno, il 33,1% dei pazienti trattati con durvalumab non è andato incontro a progressione cinque anni dopo l'arruolamento rispetto al 19% del placebo. “Lo studio – spiega il dott. Buffoni - ha dimostrato che durvalumab somministrato come terapia di mantenimento, dopo trattamento chemio-radioterapico, incrementa in maniera importante la sopravvivenza, anche nel lungo periodo. I risvolti sul fronte della cura sono molto vantaggiosi. Si conferma così la possibilità di offrire un trattamento ad intento curativo in questo setting.”

Per garantire la terapia migliore sono fondamentali la stadiazione e la profilazione molecolare. “Lo stadio di malattia e le caratteristiche molecolari – conclude il dott. Pignataro - definiscono la terapia appropriata. Somministrare il farmaco giusto al paziente giusto al momento giusto aumenta, in modo considerevole, la percentuale di persone che guariscono o raggiungono una sopravvivenza a lungo termine. In tutto questo però è necessario sottolineare che l’arma migliore che abbiamo a disposizione rimane la prevenzione primaria: solo combattendo il fumo di sigaretta, responsabile di più dell’85% dei casi, è possibile ridurre in maniera considerevole l’incidenza e, di conseguenza, la mortalità del tumore del polmone”.