Tumore del polmone: ritardata di 6 mesi la progressione della malattia

Risultato importante ottenuto con la combinazione di due farmaci, bevacizumab e erlotinib

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di Paolo Cabra

Napoli, 21 settembre 2021 – È possibile ritardare di 6 mesi la progressione del tumore del polmone che presenta la mutazione di un gene (EGFR). Un risultato importante, ottenuto combinando bevacizumab, farmaco antiangiogenico che ostacola la capacità del tumore di creare i propri vasi sanguigni, con erlotinib, una delle prime molecole “intelligenti” approvate per questa patologia negli ultimi anni. Il dato emerge da “Beverly”, studio clinico multicentrico randomizzato di fase 3, promosso e coordinato dall’Istituto Nazionale Tumori Fondazione “Pascale” di Napoli e presentato al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), che si chiude oggi.

“La decisione di realizzare questo studio è stata motivata dai risultati promettenti riportati in una sperimentazione giapponese pubblicata nel 2014 – spiega Francesco Perrone, membro del Direttivo nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Direttore Struttura Complessa Sperimentazioni Cliniche del ‘Pascale’ di Napoli -. Era necessaria una conferma di questi dati nei Paesi occidentali. L’aggiunta di bevacizumab alla terapia con erlotinib ha ritardato la progressione della malattia di circa 6 mesi rispetto ai pazienti trattati con il solo erlotinib. Centosessanta pazienti sono stati trattati con erlotinib da solo o con la combinazione di erlotinib più bevacizumab in 43 centri del nostro Paese e poi confrontati. Il tempo senza progressione della malattia è risultato significativamente più lungo per il gruppo di pazienti trattati con la combinazione, con una durata mediana di 15 contro 9 mesi. E la percentuale di pazienti con riduzione delle dimensioni del tumore è aumentata dal 50% al 70% con la combinazione. Questi risultati sono stati confermati anche quando i test radiologici che valutavano la malattia sono stati esaminati in modo indipendente da radiologi all’oscuro del trattamento praticato. Anche la sopravvivenza globale è stata più lunga (33 contro 22 mesi alla mediana) per i pazienti che hanno ricevuto la combinazione, ma questo risultato al momento non è statisticamente significativo”.

“La maggiore efficacia della combinazione è risultata associata ad un profilo di tossicità un po’ peggiore, ma del tutto in linea con le attese – afferma Marilina Piccirillo, dirigente dell’Unità di Sperimentazioni Cliniche del ‘Pascale’, che ha presentato lo studio ‘Beverly’ all’ESMO -. Si è registrata una maggiore frequenza di eventi come l’aumento della pressione sanguigna, lievi problemi renali (effetti collaterali tipici di bevacizumab) e eritema della pelle (dovuto a erlotinib che è stato somministrato per un tempo più lungo nei pazienti trattati con la combinazione). La qualità della vita non è risultata diversa tra i due gruppi a confronto. Riteniamo che questi dati siano importanti, perché ‘Beverly’ rappresenta la più convincente prova sull’efficacia della combinazione in una popolazione di pazienti occidentali. Inoltre, le analisi di sottogruppo generano l’ipotesi che il beneficio possa essere rilevante soprattutto per i pazienti fumatori o ex fumatori, ipotesi che merita di essere ulteriormente esplorata nei futuri studi clinici”.

In aggiunta alla evidenza relativa al maggior beneficio tra i pazienti fumatori, il gruppo di ricerca di Nicola Normanno, direttore scientifico dell’Istituto napoletano, condurrà nei prossimi mesi l’analisi molecolare dei campioni di sangue (le cosiddette biopsie liquide) raccolti prima e durante il trattamento. “Grazie a queste analisi – conclude il Prof. Perrone – si verificherà se è possibile identificare gruppi di pazienti con maggiori o minori probabilità di trarre beneficio dal trattamento con l’associazione di bevacizumab ed erlotinib”